Fronte del porno

Il diritto all'indecenza - Una pornoattivista al mare

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La mia estate da emigrante si compone di almeno due fasi ben distinte: la visita alla famiglia d’origine nella madrepatria e l’ormai tradizionale vacanza in campeggio in una amena località della Costa Brava, litorale del nord della Catalunya che arriva al confine con la Francia. Sono ormai 6 anni che con mia figlia e suo padre rispettiamo religiosamente il precetto “Stessa spiaggia, stesso mare”: siamo una famiglia poco tradizionale e il fatto di tornare ogni anno nello stesso luogo di villeggiatura (dove soprattutto la bambina ha coltivato delle amicizie) ci garantisce una stabilità che rende la vacanza molto rilassante - tutto ormai funziona quasi in automatico.

Io in realtà non amo particolarmente campeggiare. Quando ero piccola la vacanza in campeggio aveva un ineguagliabile fascino e il fatto che adesso mi trovi incastrata da adulta in un sogno bambino lo devo forse a quel “Dio della febbre” (cit. ZeroCalcare) che esaudisce i desideri a scoppio ritardato.

Con la mia famiglia d’origine le vacanze erano nella casa di montagna di mia zia e l’unico punto in comune che avevano con le vacanze in campeggio era la mancanza di privacy - la condivisione dell’intimità era un fatto naturale e scontato e quando le ricordo oggi, ammantate del romanticismo della memoria, mi chiedo quale meraviglioso equilibrismo emotivo ci tenesse allegri quando dormivamo quasi una sull’altra e con un bagno solo per 10 persone.

Il campeggio, per me che come Hugh Hefner ho la tendenza a fare qualsiasi cosa dal letto, non è solo scomodo, a volte è proprio tragico. Ma il punto più alto del fastidio è relativo alla convivenza forzata con le famiglie vicine di tenda e al fatto che in questa prossimità devo adeguarmi al comune senso del pudore, ovvero ricordarmi di fare finta che ci sono parti del corpo di cui mi vergogno. Perché io invece non mi vergogno…

A pensarci bene, la vacanza al mare è un po' il festival della vergogna. Innanzitutto, ti devi vergognare delle parti del corpo che ci si aspetta tu tenga coperte: i genitali, il culo, i seni. Poi se hai qualche chilo di troppo (o di meno), devi vergognarti pure un po’ di più. Poi devi vergognarti dei peli, se non ti sei depilata bene o (anatema!) non ti sei depilata affatto. Poi se hai qualche “imperfezione” fisica, tipo cellulite, smagliature, brufoli e via discorrendo, Uh che vergogna. Poi se hai le mestruazioni - oltre alla molestia di dover trovare un bagno o infrattarti alla meglio per controllare ciclicamente le tubature - pure quello, che vergogna!

Poi se arrivi alla spiaggia col colorito bianco-verdino da animale urbano, che per caso non vorrai vergognarti un po' anche di quello?

Io sono una ragazza fortunata: a parte gli anni ingrati dell’adolescenza (in cui mi vergognavo di esistere) il sistema della vergogna sono riuscita a contestarlo e a demolirlo appena raggiunta l’età della ragione per puro ribellismo, anche prima che il femminismo mi fornisse gli strumenti per capire quanto c’era di politico nell’oppressione che ci vuole imbrigliate in modelli di decenza selettivi e di bellezza inarrivabili.

Eppure ancora soffro. Soffro per empatia, per tutte le altre per cui una giornata sulla spiaggia diventa una sfida con se stesse: quelle insicure, quelle fuori forma e fuori misura, quelle strane, quelle i cui corpi mettono in discussione l’idea binaria di femminile/maschile. Per loro una giornata in spiaggia puó diventare un incubo di sguardi indesiderati, commenti fastidiosi a mezza bocca quando non direttamente insulti a scena aperta.

E soffro pure per me, quando tornata dalla spiaggia arrivo alla mia tenda e vorrei tranquillamente togliermi il costume e infilarmi l’accappatoio per raggiungere la doccia - e invece nella tenda ci devo entrare per nascondermi e cambiarmi al riparo dagli sguardi. Perchè non farlo, in un contesto “familiare” (eteronormato) è considerato poco meno che un atto di pornoterrorismo. Una provocazione che compiace il maschio (etero) che si sente invitato a una festa esclusiva - come se non avesse mai visto due sise in vita sua - e che irrita mortalmente la sua compagna/fidanzata/moglie/accompagnatrice varia ed eventuale.

Per fortuna in Catalunya, almeno sulla spiaggia, il livello di controllo sui corpi è più blando che in Italia (ho un po' il polso della situazione perché come ho detto, parte delle vacanze estive le passo in Italia - e al mare, non più nella casa di montagna di mia zia che l’ha sfracellata il terremoto).

Qua nella terra dove un giorno trionfò l’anarchismo politico (purtroppo per molto poco) ci si può discretamente cambiare il costume direttamente in spiaggia o stare addirittura in topless senza temere una denuncia per oltraggio al pudore o di essere chiamate Buttane! (Mondello, giugno 2018 - testimonianza di Ada, milanese residente all’estero da almeno un decennio che me lo raccontava ad occhi sbarrati, ancora incredula).

Poi sono abbastanza diffuse le spiagge nudiste, che per una svergognata professionale come me sono un’idea di paradiso: spazi in cui esiste un tacito patto di rispetto dell’altrui corpo, per cui puoi essere magra, grassa, pelosa come una scimmia o glabra ma generalmente non ti si fila nessuno.

E io lì posso finalmente godermi il diritto all’indecenza, spiattellandomi a gambe larghe davanti al mare e lasciando che la brezza mi sfiori il sesso senza la benché minima preoccupazione della soglia del pudore altrui: la spiaggia è grande e si può guardare altrove, invece chi vuole può pure mettersi a guardare, gli regalo una lezione di anatomia gratis basta che non mi vengano a chiedere dettagli perché non sono in servizio, quello che cerco è riposo assoluto e un contatto profondo con la Natura.

Lo chiarisco, perché non vorrei che il mio discorso suonasse normativo al contrario: io sono dell’idea che ognuna si espone come può e vuole. Non è obbligatorio denudarsi né spiattellarsi, a me piace farlo e mi sono ritagliata una dimensione in cui non devo fingere di avere un pudore. E la rivendico non come forma di provocazione ma come pratica libertaria.

Quello che però mi sento di ribadire forte e chiaro è che gli spazi di libertà dei corpi non sono garantiti, bisogna sempre conquistarseli e in qualche caso difenderli - e che è bene che soprattutto noi donne ci ricordiamo sempre che (come dice la mia saggia amica Valeria) “C’è da vergognarsi solo a fa’ del male”.


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FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

Pelo e contropelo

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La prima volta che mi sono depilata le gambe avevo 14 anni.

Fu una specie di rituale di passaggio. Entrai con un timido sorriso in un luogo sconosciuto al quarto piano senza ascensore di un palazzo della Magliana: all'epoca non c'erano tanti centri estetici come ora e comunque erano troppo cari - molte estetiste lavoravano in una stanza della loro casa e per un assurdo contrappasso poteva succederti che mentre eri lì mezza nuda e a gambe aperte sul lettino ti osservasse beffarda una fila ordinata di peluche dalla mensola.

Provai un dolore tutto nuovo (ceretta a caldo, solo chi l'ha provata sa di cosa parlo) e ne uscii con le gambe lisce e doloranti, passaporto di una nuova identità.

Con quel gesto mia madre mi aveva fatto entrare nell'età matura: più che il menarca fu la depilazione a segnare il mio ingresso nel mondo delle donne, nel quale i peli non erano ammessi.

Se penso agli universi di significato relazionati a questo dettaglio anatomico così apparentemente insignificante un po' mi impressiono e un po' mi viene da ridere (un pelo è un pelo è un pelo è un pelo). Ricordo di aver fatto l'amore con il ragazzo più bello del mondo tenendo su per tutto il tempo degli orrendi calzini scozzesi che mi arrivavano al ginocchio, pur di non mostrargli i miei polpacci pelosi. Ricordo il senso di liberazione della prima volta in cui (era passato un decennio buono dalla debacle del calzino scozzese) me ne andai in giro con la gonna corta, le gambe nude fieramente irsute e l'orgoglio di chi sa che sta rompendo una stupida norma sociale.

Il pelo da estirpare “non tanto per una questione estetica ma perché è anti-igienico” (vi giuro che l'ho sentita) e all'estremo opposto il pelo che può diventare – in un'ansia normativa al contrario – un marcatore necessario di liberazione femminista, con la conseguenza di farti sentire a disagio se arrivi all'assemblea con lo stinco splendente.

E vogliamo mica parlare del pelo incarnito, punizione divina dalla quale non ti salva nessuno scrub. E ancora: conoscere una che ti piace e alla vista della caviglia lanosa cantare troppo presto vittoria (ho conosciuto lesbiche che si depilavano anche le braccia mentre posso dire che l'esuberanza pilifera è ormai appannaggio anche delle etero piú irremovibili).

La prima volta che mi sono depilata la fica di anni ne avevo 24 e anche quello fu uno strano rituale. Volevo vedere bene com'era. Volevo sentirla liscia sotto le mie mani e volevo che fosse più invitante per la bocca del tipo che amavo (che si lamentava troppo spesso dell'effetto pelo interdentale).

Il risultato fu fallimentare: per un giorno liscia, per due settimane un prurito tremendo dovuto alla ricrescita, che mi faceva scappare in bagno per grattarmi i primi tempi e poi direttamente ficcare le mani nelle mutande anche in situazioni in cui non era consigliabile, con la disperazione di chi non può resistere. Il tipo che amavo lo prese come uno strambo omaggio che lusingò il suo Ego - ma continuò comunque a leccarmi troppo poco. Una sconfitta su tutta la linea.

Nel porno di oggi il pelo ha diritto di cittadinanza solo come perversione nella specifica categoria hairy: il pelo è vintage (una vulva pelosa fa subito Anni di piombo) oppure simpaticamente freak.

Questa regola non scritta non risparmia nemmeno i performer di sesso maschile, ai quali viene raccomandato di depilarsi perché in questo modo... il pene sembra piú grosso.

In un dibattito pubblico in cui noi Ragazze del Porno ci confrontavamo con Valentina Nappi, per rompere il ghiaccio cominciammo proprio parlando di peli. Io rivelai che per essere “più mainstream” in Insight mi ero sottoposta a una brasiliana impietosa (nel senso di depilazione), Valentina ribattè che questa dei peli era una fissa femminista e che lei in alcuni set era andata addirittura senza depilarsi l'ano. Addirittura.

Qualunque sia il vostro posizionamento sul tema - pelo sì, pelo no, pelo solo d'inverno perché fa freddo, depilazione al laser, lametta, col miele, treccine o permanente - sentitevi libere di fare del vostro corpo quello che volete, con la sola attenzione a non farvi del male. Non lasciate che nessuna ideologia o moda vi dica come dovete essere per piacervi e per piacere ma trattate il vostro corpo con il rispetto che merita il piú prezioso degli alleati. Che tu sia pornostar, fidanzata scocciata o orsa polare il tuo corpo racconta la tua storia: è uno spazio di libertá di cui aver cura e da conservare.

Con tutto l'amore possibile.


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FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

A scuola di sesso

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“Che succede nei tuoi laboratori? Ma bisogna spogliarsi per forza? Io vorrei tanto farne uno, ma se poi mi vergogno? E guarda, se proprio vuoi la verità a me piace la posizione del missionario, in realtà sono già soddisfatta così”.

Come raccontavo in un altro post, da qualche anno ho scelto di dedicare i miei studi e la mia ricerca artistica al benessere sessuale e alle sue implicazioni politiche. Ho affrontato diverse questioni e sperimentato diverse forme di approccio e quella che preferisco, per una serie di ragioni etiche e pratiche, è il laboratorio.

Che cosa si intende per laboratorio? In generale l'espressione (spesso tradotta con il termine inglese workshop) si riferisce a un'esperienza di apprendimento che prevede una partecipazione attiva. A differenza dell'approccio didattico tradizionale, che è frontale e prevede un rapporto di subordinazione tra chi insegna e chi impara, nel laboratorio la relazione è (o dovrebbe essere) circolare. È come se la persona che conduce il laboratorio mettesse sul tavolo una serie di strumenti e aiutasse chi partecipa ad imparare ad usarli – così allo stesso tempo anche chi insegna impara.

Altra caratteristica del laboratorio è la durata limitata nel tempo – qualche ora, una giornata intera, al massimo un finesettimana. Probabilmente è grazie a quest'ultima caratteristica che i workshop ultimamente vanno molto di moda.

Viviamo con l'ossessione della formazione permanente ma fatichiamo a trovare il tempo e la concentrazione per studiare: per questa ragione hanno successo questi momenti di immersione totale. Però in realtà la loro finalità è quella di trasmetterci la voglia di continuare, andare avanti, approfondire; non a caso ho parlato di esperienze di apprendimento perché nel laboratorio ad essere protagonista è piú chi impara che chi insegna. O almeno cosí dovrebbe essere.

E i workshop sul sesso? A cosa servono, perché si fanno, cosa si può imparare?

Ce ne sono di molto tecnici (per esempio quelli su argomenti concreti e circoscritti, come lo squirting o il bondage), altri che affrontano tematiche a più ampio raggio (come il bdsm o il sesso tantrico); alcuni sono dedicati esclusivamente a un pubblico femminile, altri sono misti, altri si frequentano in coppia. A seconda dell'esperienza che si sceglie di fare si imparano cose diverse e anche il livello di implicazione fisica è sempre diverso: dovrebbe essere comunque sempre garantita ed esplicitata (da parte di chi conduce) la possibilità di potersi sottrarre o di non fare qualcosa che ci mette a disagio. Nei miei laboratori lo è: non mi stanco mai di specificarlo a parole e di chiedere feedback per capire se le persone stanno vivendo bene l'esperienza. Cerco di lavorare sulla consapevolezza: accompagno ma faccio in modo che le persone siano coscienti di quello che fanno in ogni momento. Ho notato che c'è una strana ambivalenza nell'approccio a queste esperienze: molte persone hanno paura di essere spinte a far cose che in realtà non sarebbero pronte a fare e in questa paura c'è in realtà il desiderio di avvicinarsi al “proibito” non assumendosi la propria parte di responsabilità. La lezione l'ho imparata da una grande maestra, Annie Sprinkle (artista statunitense che possiamo considerare la prima attivista postporno), che all'inizio di un laboratorio dull'ecosessualità ci fece promettere solennemente che avremmo fatto solo quello che volevamo realmente fare noi, non quello che diceva Annie Sprinkle.

Un tratto che unisce queste proposte che possono essere molto differenti tra loro è la ricerca di stimoli, sollecitazioni, aperture verso qualcosa di nuovo che pensiamo potrà piacerci o potrà arricchirci interiormente o semplicemente potrà farci divertire.

A meno che non sia esplicitato un intento terapeutico, se facciamo un laboratorio sul sesso è perché abbiamo voglia di sperimentare – e sarebbe meglio farlo quando ancora ci piace “la posizione del missionario”, non quando abbiamo disperatamente bisogno di qualcosa di diverso perché ci manca l'aria. In ogni caso, anche a partire dallo smarrimento e dalla disperazione, un laboratorio sul sesso può farci del bene.

“Ok, ma non l'hai detto cosa succede nei tuoi laboratori”

Certo che no. Se volete davvero saperlo, troverete il coraggio di provare.


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FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

Masturbazione fa rima con rivoluzione?

Ho un ricordo molto vivido della prima volta che mi sono avventurata nei sentieri dell'autoerotismo e della fantasia che ha alimentato la mia prima masturbazione. Sognavo di correre fortissimo in bicicletta: tutta una salita di sfregamento selvaggio dei genitali e poi, l'orgasmo nella discesa. Niente di leggibile come sessuale in termini pornografici – ma la mia innocenza fu presto corrotta e le mie prime fantasie erotiche vere e proprie invece furono molto influenzate dai materiali con cui venni a contatto nella preadolescenza. Come spiegavo nel post precedente, erano storie di violenza e così anche la mia immaginazione si assestò su quel paradigma: la donna come preda, il macho dominante fino alla brutalità. E sono stata per anni una consumatrice compulsiva di porno rough, un hard core così estremo che era sempre in bilico tra l'efferato e il ridicolo: era quello che funzionava più in fretta, arrivando con tutte le scorciatoie possibili al mio sistema limbico e liberando le endorfine di cui avevo bisogno per farmi una ricca dormita o per rendere più allegra la giornata.

Non mi sentivo affatto strana o anormale nel seguire questa mia tendenza, anzi ricordo che uno dei primi elementi di riflessione su sesso e genere che arrivò ai miei occhi fu un articolo di giornale in cui si analizzava la preminenza della fantasia di stupro nelle donne. Ero più che normale, ero nella media.

Si discute molto, anche in ambito femminista, della legittimità di un certo tipo di fantasie e pratiche. Alcune attiviste ne fanno addirittura un punto di rivendicazione libertaria: se non posso fantasticare liberamente di venire sbattuta contro la mia volontà non è la mia rivoluzione; voglio poter consumare la pornografia mainstream piú becera senza che questo metta in discussione il mio posizionamento politico antisessista; voglio farmi scopare con ferocia e non sentirmi colpevole. Tutto giusto e rispettabile: il femminismo moralista, quello che prescrive e censura non è mai stato ne' sarà mai il mio riferimento. Però la sessualità è una tecnologia, quindi soggetta all'evoluzione – e se abbiamo riconosciuto nella pornografia un dispositivo autoritario (il postporno nasce proprio per contestare il suo potere normativo totalizzante), forse possiamo anche riflettere serenamente sulla natura delle nostre fantasie – e rimetterle in discussione, nel caso in cui le riconoscessimo come un po' troppo monodimensionali, non abbastanza nutritive o legate a un'immaginario del quale vogliamo poter prescindere.

Ma come si fa?

Innanzitutto, non accontentandosi. L'erotismo ha molte dimensioni ed è vero che molto spesso ricorriamo alla pornografia per avere una soddisfazione immediata e acritica (legittima, lo ripeto), ma anche se non sempre possiamo permettercelo in alcuni momenti speciali possiamo decidere di dedicare al nostro sollazzo più dei due minuti necessari a trovare il primo monnezzone hard disponibile online.

Esplorando materiali pornografici differenti come se fosse un esperimento antropologico ci avvicineremo passo a passo a un tipo di eccitazione che possa sorprenderci (e parlo di sorpresa proprio perché non è detto che le fantasie a cui ci apriremo siano più coerenti o conformi).

Magari sulle prime il richiamo non sarà immediato: per esempio, a immedesimarci in alcuni tipi di fisicità e a trovarle eccitanti non siamo abituate – e scoprirle è un vero e proprio esercizio epistemologico, che sovverte alcune delle fondamenta identitarie sulle quali ci siamo costruite.

È un processo facile e indolore? Forse no. Mettersi in discussione e aprirsi alla scoperta di noi stesse non sempre è semplice e leggero – però riuscire ad ampliare lo spettro del sessualizzabile è una scommessa per la quale vale la pena rischiare almeno un po'.

Partiamo dal presupposto che non c'è niente da perdere (possiamo sempre tornare alle fantasie che sono più accessibili e immediate, cercare di attraversarne altre non gli toglierà il gusto) e tutto quello che riusciamo a trovare nel cammino sarà utile a capirci: sia quando ci entusiasma, sia quando genera rifiuto.

Perché com'è risaputo “Masturbation never breaks your heart” (la masturbazione non ti spezza mai il cuore).


FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

Il primo porno non si scorda mai

Mi affascina l'universo delle sessualità umane e da un po' di tempo studio il porno come sua rappresentazione. Mi capita spesso di confrontarmi sul tema della pornografia con singole persone o gruppi interi coi quali interagisco nei laboratori e spettacoli che faccio in giro per l'Italia. Sono sempre molto curiosa di sapere, ad esempio, a che età è avvenuto il primo contatto con dei materiali audiovisuali sessualmente espliciti. L'incontro con la pornografia è uno dei passi fondamentali della costruzione dell'immaginario sessuale, che si va formando spesso – in una società sessuofobica come la nostra – sulla base di sollecitazioni indirette e informazioni frammentarie quando non proprio censurate. In questo panorama in cui il sesso è per molte e molti quasi un segreto iniziatico trovarsi davanti agli occhi la sua rappresentazione più cruda e diretta è tutta una rivelazione, piú o meno traumatica.

A volte mi capita di chiedermi: la mia vita sessuale sarebbe stata diversa se da ragazzina invece di essermi trovata tra le mani un fumetto orrendo in cui una donna veniva rapita, legata e brutalizzata fino alla morte mi fossi imbattuta in un Casa HowHard di Baldazzini – dove magari un gruppo di belle trans sottomettevano un bullo in allegria (e senza ucciderlo)?

Probabilmente mi avrebbe impressionato lo stesso: a prescindere dall'ideologia che veicola, il porno è un prodotto pensato per adulti ed è possibile che in qualsiasi forma un soggetto preadolescente lo incontri possa risultare scioccante.

Perché l'obiettivo di questa mia breve dissertazione non è condannare la pornografia violenta: è affermare che spesso viviamo la fruizione del prodotto pornografico con un certo grado di passività e che puó essere che i nostri gusti, in fatto di pornografia, non dipendano direttamente da noi.  

Come afferma il filosofo Preciado, il porno si caratterizza per la capacità di stimolare, in chi guarda, quei meccanismi che governano la produzione del piacere indipendentemente dalla sua volontá – ne è prova il fatto che a volte le nostre preferenze in fatto di porno non rispecchiano quelle sessuali, né i nostri standard estetici e tantomeno la nostra etica.

Ricordo una piccola punk che mi raccontava di eccitarsi vedendo porno di fattura mainstream, dove delle bionde siliconate venivano scopate ferocemente da maschioni nerboruti: era sconvolta da questo fatto e non se lo spiegava, perché la sua sessualità non aveva niente a che fare con quella rappresentazione.

La ragione è che attraverso il porno liberiamo pulsioni che per quanto possano non appartenerci coscientemente fanno parte della costruzione culturale del sesso (che per ognuno e ognuna è fatta di tutte quelle esperienze legate alla conoscenza sul sesso di cui parlavo prima) e per una sorta di pigrizia siamo abituate a cercare, nel porno, i prodotti che più rapidamente ci portano all'obiettivo: una masturbazione che ci provochi l'orgasmo.

Ecco, la nuova cultura del porno vuole mettere in discussione questo assunto: se usciamo dalla pigrizia e dalla passività e riconosciamo alla pornografia una funzione di stimolo attivo possiamo arricchire il nostro immaginario e uscire dai percorsi standard apprezzando differenti forme e sapori del sesso.

Per questa volta vi ho spiegato il perché, nel prossimo articolo vedremo anche come.

 


FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

 

 

A Natale regala un porno.

Negli ultimi tempi il discorso sulla pornografia è entrato fragorosamente nella cultura mainstream: da passione infame e segreta, da nascondere e vivere nel buio della propria cameretta (e di cui vergognarsi) è diventato argomento di interesse collettivo, in uno strano posizionamento che sta tra il richiamo modaiolo e la questione di salute pubblica. La mia opinione a riguardo la posso esplicitare in poche parole: il porno fa bene. Guardare porno fa bene perché la masturbazione (pratica di autoerotismo che la pornografia ha lo scopo di stimolare) è un atto salutare, che rilassa, attiva endorfine, aiuta a dormire o a stare sveglie a seconda dei casi. E il porno fatto bene non è solo utile alla soddisfazione di un bisogno momentaneo: è un incentivo a desiderare altro e oltre, a sperimentare forme di piacere diverse, a scoprire nuove tipologie di godimento possibile.

Eppure l'industria del porno è una delle più controverse del mondo in cui viviamo.

Sappiamo dalla testimonianza diretta di alcune ex performer che sui set spesso lo sfruttamento e la violazione dei diritti delle categorie più deboli sono la regola (cosa che non manca mai di sottolineare chi il porno lo rifiuta per principio e lo vorrebbe censurare, dimenticando che in molti luoghi di lavoro gli oltraggi alla dignitá delle persone sono all'ordine del giorno – anche se si lavora coi vestiti addosso). Piú complicato è riuscire a capire il meccanismo attraverso il quale si mantiene un mercato che ormai vende pochissimo, essendo completamente soverchiato dall'offerta delle piattaforme online di porno gratuito – ma questo non è il nostro proposito, per il momento.

Lo scopo di questo articolo è di suggerire a chi della pornografia fa un uso allegro e consapevole alcune imprese che cercano di muoversi in maniera etica in un mare di squali e che invece di riprodurre un immaginario sessista e monotono si impegnano ad arricchire le nostre fantasie.

Questi studios hanno bisogno di essere sostenuti economicamente per continuare a migliorare il panorama del porno attuale e visto che siamo in un periodo dell'anno in cui si fanno regali, perché non regalare la possibilità di qualche orgasmo alle persone a cui vogliamo bene?

In cima alla mia wishlist ideale metterei Crash Pad, una serie di porno queer in cui potrete trovare una meravigliosa varietá di corpi e pratiche, che dai margini dell'industria del sesso hanno conquistato il centro della scena.

Il secondo posto se lo aggiudica Four Chambers, un esperimento produttivo per certi versi piú tradizionale ma dall'estetica avvincente. Se vi conquista la bellezza delle forme avrete di che gioire.

Al terzo posto una storica factory australiana di donne: sono online da 15 anni le ragazze di Girls Out West, rappresentando donne vere con corpi veri e desideri sfrenati.

In tutti i siti web che ho segnalato è possibile accedere a delle preview del materiale: potrete scegliere quello che più vi eccita. Ma ricordate: il nostro immaginario sessuale si nutre di ciò che ha a disposizione. Sta a noi decidere di cosa lo vogliamo alimentare.


FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.