Music is my radar

Festivalbar

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È tutto un equilibrio sopra la nostalgia, questa è la verità. Le playlist dell’estate 2018 suonano così anni 80 e 90 che molti di noi della generazione nata proprio in quegli anni abbiamo avuto un sussulto. “Ma come?” Suoni, atmosfere, progressioni musicali. “Ma comeee?! Questa è roba che ascoltavo io!”. E subito il pensiero dell’aumento progressivo delle candeline sulla torta fa riflettere. Sì, siamo invecchiati. Sì, tante canzoni del 2018 somigliano a qualcosa che conoscevamo già. Sì, si moltiplicano programmi televisivi che provano a ricordarci gli anni più gloriosi del Festivalbar (il decennio dei Novanta, che domande fate) o rievocano epoche dolcemente perdute (come Techetecheté appuntamento fisso dell’estate di Rai1).

Il Festivalbar. Basta sillabarlo per risentire sulla lingua il sapore del Fior di Fragola del bar. Nulla ha condizionato i nostri ascolti in macchina, gli acquisti dei dischi, lo zapping frenetico sulla radio più del Festivalbar. Che era un festival itinerante sul serio, due mesi di date a cadenza regolare in alcune delle piazze e dei posti più belli d’Italia. L’Arena di Verona, se non ci fosse stato il Festivalbar, non avrebbe avuto quell’imprinting di nazionalpopolare che anni dopo l’ha sdoganata fino ad ospitare il trionfo di Calcutta. Parte tutto da lì e da quelle serate strapiene di ospiti di ogni tipo, da meteore sparite nel giro di una hit fino ai mostri sacri che sembravano planare sul palco per purissimo caso. Tutto rigorosamente in differita su Italia 1, che il sodalizio con la televisione contribuì a fissare il Festivalbar nell’immaginario collettivo. Era un appuntamento fisso, un momento di confronto, un modo per accedere ancora una volta ai tormentoni estivi. E il Festivalbar, nonostante tutto, ti costringeva a imparare quelle canzoni per restare al passo nelle discussioni con le amichette. Era più figo Gianluca Grignani in piena epoca post-grunge con quei cardigan alla Kurt Cobain, o Robbie dei Take That ingellato, fisicato e confezionato per il consumo di massa? Strappava più applausi Mare Mare di Luca Carboni, che già sapeva di nostalgia canaglia, o Tieni il tempo degli 883 che ci faceva agitare come (e peggio di) Mauro Repetto?

Dici “Festivalbar” ed è subito un profluvio di nomi: Jovanotti, Eros Ramazzotti, Pino Daniele, Raf. “Azz vacanze” di Federico Salvatore, che impararla a memoria era un’impresa. E poi i Vernice, i Dirotta Su Cuba, quei capelloni dei Dhamm che stavano almeno una volta al mese pure su Cioè. E che dire della marea di hit eurodance che cantavamo maccheronicamente, da Rhythm Is A Dancer degli SNAP a The Rhythm Of The Night di Corona, che anni dopo avremmo scoperto essere una finta cantante (le prestava la voce l’italianissima Jenny B), o What Is Love? di Haddaway che era il riassunto perfetto della carica di quegli anni, che l’amore mica lo sapevamo cosa fosse, eppure già ce lo chiedevamo. Strange World, come cantava l’ambiguissimo e poi sparito Ké. E rincorrevamo gli spiccioli in tasca per ascoltare sul jukebox del campeggio, del bar, della spiaggia quelle canzoni che ci facevano sognare. O soffrire, a scelta. Che la quota tristezza suprema non mancava mai: citofonare Marco Masini, Paolo Vallesi o Massimo Di Cataldo. Ma ci piazzavamo serenissime sotto il Lemon Tree dei Fool’s Garden e passava tutto. I wonder how, I wonder why.


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MUSIC IS MY RADAR

di Arianna Galati

Scrivo di musica e parlo in radio: due dei lavori più belli del mondo. Collaboro con OnstageMarieClaireNanopress e QNM. Se non sono in giro a caccia di storie, coccolo il gatto o cucino verdure.

Le nuove donne della musica italiana

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Di quote rosa ne udiamo parlare tutti i i giorni, ne abbiamo sentito la scia persino a Sanremo 2018 reo di avere appena quattro cantanti donne (su 20 campioni) in gara. Femmine bistrattate nelle sette note? Ma non pensateci nemmeno. Il canone musicale tende ad essere testosteronico più per abitudine che per reale differenza di talento. Da Clara Schumann in avanti, sollevare dall’anonimato le musiciste brave significa rendere giustizia a canzoni, composizioni, voci troppo presto archiviate, o a rischio calderone indefinito. Se anche voi avete la curiosità della ricerca, abbiamo selezionato un piccolo gruppo di cantautrici italiane supercontemporanee, superbrave, che ogni giorno faticano per affermarsi e vivere di musica (che assieme al giornalista e all’artista è tipo la professione più da fame che ci sia).

Joan Thiele

Emersa grazie alla viralità della sua cover acustica di Hotline Bling di Drake, Joan Thiele non è propriamente “indie” visto che pubblica con una major e l’avrete sentita sicuramente in tante radio col singolo Save Me.

Chiara Dello Iacovo

Il passaggio al talent show The Voice e a Sanremo 2017 è stato la vetrina pubblica per questa brava cantante e autrice. La sua Introverso è pop divertente e ben scritto, come tutto l’album Appena sveglia.

Ilaria Porceddu

Anche per lei un talent (X Factor prima edizione, addirittura), ma una decisa virata per maturare in modo intelligente. Una voce incredibile, canzoni sensuali e un recupero linguistico tutto da ascoltare (sì, canta anche in sardo).

Adele Nigro (Any Other)

Adele è considerata la it-girl del mondo indie e a lei questa definizione non interessa minimamente (per questo la amiamo). Guida gli Any Other cantando in inglese ed è una brava chitarrista rock, ora in tour con Colapesce cui presta anche la sua voce.

Priscilla Bei

Un’altra che è passata indenne dai talent (X Factor 2009) e che prova a sperimentare un incrocio tra pop e jazz, cambiando diversi musicisti nella sua ricerca.

Giorgieness

Dietro il nome c’è Giorgia D’Eraclea, frontwoman e mente del progetto che coinvolge diversi musicisti al suo servizio. A ottobre è uscito l’album Siamo tutti stanchi. Da vedere assolutamente dal vivo.

Maria Antonietta

Dopo tre anni di silenzio, Maria Antonietta è tornata nel 2018 con il nuovo album Deluderti, dove il cantautorato italiano ispirato da Carmen Consoli e Nada incrocia una produzione vintage.

Giungla

Viene da Bologna Emanuela Drei in arte Giungla, già voce e chitarra della band Heike Has The Giggles ed ex bassista di His Clancyness. Rock’n’roll oscuro e ben scritto, in grado di far sperare bene per il futuro delle chitarre nella musica (in un’epoca di elettronica)

Margo Sanda

Un EP all’attivo per Margherita Capuccini in arte Margo Sanda, che scrive canzoni in punta di dita e registra con pochissimi strumenti. Assieme alla succitata Joan Thiele, altro nome da non perdere, sarà una delle musiciste italiane al prossimo SXSW di Austin, in Texas.

Verano

Il nome originale è Anna Viganò, bresciana di nascita e milanese di adozione, e il suo nuovo album esce in questi giorni. Ispirata da Cristina Donà nella scrittura ma con un uso intelligentissimo dell’elettronica e delle atmosfere rarefatte, Verano merita più di un ascolto.


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di Arianna Galati

Scrivo di musica e parlo in radio: due dei lavori più belli del mondo. Collaboro con OnstageMarieClaireNanopress e QNM. Se non sono in giro a caccia di storie, coccolo il gatto o cucino verdure.

Salvate il soldato Mariah: All I want for Christmas is you

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Make my wish come true

All I want for Christmas is you

Mariah Carey

 

Li avvertite nell’aria già dai primi di dicembre, quei campanellini. Non ci sono ancora ma sapete che stanno per arrivare: antenne drizzate, perché presto invaderanno l’FM e le compilation di Natale. Iniziate a vedere pandori e panettoni già da novembre, dite addio alla dieta, ma finché non sentite quei campanellini in radio o a tradimento nei mix di Spotify di sicuro ignorate l’inclemenza delle feste. Poi arriva la rottura delle cateratte, l’invasione di dling dling dling, i torroni si impilano sugli scaffali. È Natale. E nella musica significa scongelare Michael Bublé, sfoderare i classici di Sinatra, rockeggiare con i The Darkness (autori di uno dei pezzi contemporanei più natalizi di sempre) e i Pogues finché non arriva quell’intro semi-gospel che ci frega tutti. Mettete in pausa un attimo: throwback. Anno 1994. Una boccolosissima e fascinosa ugola d’oro pubblica un singolo destinato a vendere da allora, ogni santo Natale, tra le 200 e le 500mila copie. Moltiplicatelo per gli anni di uscita e contate: circa 16 milioni di copie vendute in totale, 60 milioni di dollari di diritto d’autore. Bravi, bel regalo avete fatto a Mariah Carey e alla sua All I Want For Christmas Is You.

Ventitré anni dopo, Mariah sta ancora lì. La sua carriera è ad un punto di down assoluto tra figuracce live, una voce non più cristallina, fidanzati cambiati più rapidamente delle canzoni con lo shuffle e qualche sfortuna di troppo. Una diva al tramonto, Mariah. Ma che dovremmo ringraziare a vita, pure se schifiamo la sua musica, per questa hit natalizia dalla scienza precisissima, una chimica alchemica delle sette note che resiste al tempo meglio dell’oro dei mercati finanziari. Una settimana prima di Natale 2017, stando ai dati di Billboard, la canzone è alla numero 2 della classifica delle più vendute in America e rischia di riconquistare la numero uno. Ventitré anni dopo, sia chiaro. Perché All I Want For Christmas Is You è ancora oggi una delle canzoni di Natale più amate, diffuse e ascoltate di ogni dicembre? Non solo perché ne sono state fatte cover di tutti i tipi e mai potenti quanto l’originale. Lo spiega la scienza della musica: tra matematica musicale, armonia e melodia, la canzone-scialuppa di Mariah Carey è ancora oggi imbattibile e insuperata. E il suo segreto è essere nata già come classico: l’irresistibile progressione degli accordi affonda le radici nella tradizione di Bing Crosby, i trucchetti melodici delle strofe riportano agli inni religiosi (ve lo giuriamo, pensate ad Adeste Fideles e poi ascoltate la Carey, troverete delle somiglianze che vi stupiranno). È un brano senza tempo. Lo sappiamo, lo odiate cordialmente, ma lo ascolterete comunque. Non sono solo i campanellini: tutto in All I Want For Christmas is You grida CANZONE DI SUCCESSO a luci spiegate (rosse e bianche, s’intende). Fregatura suprema: il testo parla di amore, in realtà è il racconto dolce di un desiderio per le feste, di una distanza che non si riesce a colmare travestita da un’allegria quasi disperata. Qui è la chiave. All I Want For Christmas Is You è purissima Mariah Carey al top della sua carriera di cantante e autrice (sì, la canzone l’ha scritta lei assieme al produttore Walter Afanasieff poi anche a fianco di Céline Dion, insomma uno che se ne intendeva parecchio di hit pop), che la canzone la canta al massimo della sua vocalità, del suo corpo, della sua espressività. Nessuna come lei, nemmeno la Mariah Carey di ventitré anni dopo. Che continua imperterrita ad aggrapparsi a questo gigantesco successo per non affondare definitivamente una carriera ormai ampiamente terminata. Ma è Natale, siamo tutti più buoni.

Salviamo il soldato Mariah Queen Of Xmas e ascoltiamo ancora una volta All I Want For Christmas Is You (anche le cover vanno bene, dai). Nella realtà dei fatti, questa canzone descrive davvero quello che desideriamo a Natale: stare con chi vogliamo noi, senza interferenze, mangiando panettone sul divano.

Buon Natale, Mariah.


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di Arianna Galati

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Summer of love

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If you’re going to San Francisco

Be sure to wear some flowers in your hair

(Scott McKenzie)

 

 

 

“Assicurati di portare dei fiori nei capelli”: un hairstyling che oggi ci sembra ricco di poesia e delicatezza, ma che nel 1967 aveva sicuramente un altro effetto rispetto alle sposine bucoliche che invadono le bacheche di Pinterest.

Cinquant’anni fa esplodeva ad Haight Asbury, una piccola cittadina vicino San Francisco, la Summer Of Love. Un nome che non poteva che essere simbolico: una lunga estate d’amore declinato in mille sfumature, dal sesso alla musica ai rapporti personali. Fu lo zenit del movimento hippy americano nato sull’onda del pacifismo contro la guerra del Vietnam, se vogliamo semplificare molto un periodo storico ancora troppo vicino per poterlo analizzare con distacco.

La musica si attaccò al seno di questi nuovi rivoluzionari succhiandone l’essenza, ma gli stessi hippies cercavano di mettere in musica i propri ideali d’amore per offrirli nel modo più immediato possibile ai comuni mortali, tanto incuriositi quanto spesso schifati dalle distorsioni mediatiche attorno alla liberalizzazione sessuale. E sempre con i capelli in testa. A giugno, due festival quasi contemporanei sancirono lo stretto legame della musica con la nuova cultura: il Fantasy Fair and Magic Mountain Music Festival e il più noto Monterey Pop Festival, che ancora oggi sembra evocare un periodo fecondo della musica.

L’inno ufficiale della Summer Of Love è “San Francisco (Be Sure To Wear Flowers In Your Hair)”, scritta da John Phillips dei The Mamas & Papas e incisa dalla voce nasale di Scott McKenzie, timido cantautore originario della Florida che forse non si sarebbe aspettato di campare a vita su un brano non suo.

 

All across the nation

Such a strange vibration

People in motion

There's a whole generation

With a new explanation

 

La new generation era soprattutto quella dei musicisti, che iniziavano a modificare i suoni dei loro strumenti e dei loro canti per descrivere realmente quello che sentivano. Addio canzoncine da adolescenti: c’era denuncia, protesta, ma sempre tanto nuovo amore. Musicalmente il 1967 è uno dei momenti più fecondi della storia della musica, in tutto il mondo: a Frisco, anima cultural-sessuale della West Coast post folk, il rock’n’roll reincontra il blues e la psichedelia (dire le droghe sarebbe riduttivo) ed emergono artisti come Janis Joplin, senza ombra di dubbio una delle voci più riconoscibili di sempre. Il suo timbro è il graffio di una tigre abbandonata, rovente come un ferro nella fornace. Ti prende a schiaffi alla prima nota e raggiunge vette che conosce solo lei, ti ci porta e ti abbandona lì incredulo a chiederti cosa diamine tu abbia ascoltato.

A dare manforte alla voce di Janis sono i Grateful Dead, la band più rappresentativa del periodo assieme ai Jefferson Airplane, ai The Doors e ai The Byrds per quanto riguarda i gruppi del Pacifico. Non c’entravano solo le droghe: l’esplorazione di sonorità nuove era una necessità. Anche i cantastorie del folk hanno bisogno di sorreggere i propri testi con la musica adatta e si affidano a produttori che riescono a dar loro modo di farlo. Comincia a farsi notare un giovane musicista che sembra fare l’amore con la sua chitarra, Jimi Hendrix, che pubblica ben due dischi in quest’annata felice.

Una lista esaustiva di dischi che compiono 50 anni nel 2017? Espandiamo gli occhi sul mappamondo e teniamoci forte: in Inghilterra ci sono i Beatles (Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e Magical Mystery Tour), i Rolling Stones (Between the Buttons e Their Satanic Majesties Request), gli Who (The Who Sell Out) i Pink Floyd (The Piper at the Gates of Dawn) e gli ultimi sussulti dei Cream (Disraeli Gears). Dalle sponde americane arrivano Big Brother and The Holding Company con l’omonimo album (Janis Joplin e la sua band), i Doors (ben due dischi, The Doors e Strange Days), i Jefferson Airplane (bis anche per loro con Surrealistic Pillow e After Bathing at Baxter’s), The Byrds (Younger Than Yesterday) e The Jimi Hendrix Experience (doppietta con Are You Experienced? e Axis: Bold As Love). A New York spopolano le atmosfere dei Velvet Underground (The Velvet Underground & Nico), lontani chilometri ma fondamentali come pochi. Poi i Procol Harum, i Monkees, i Love. Diciamo che vi bastano per accompagnare un inverno intero a cercare di scoprirli.

La fine della Summer Of Love non è solo simbolica, ma reale. Brucia, come un Burning Man nel deserto. Nell’ottobre 1967, dopo diversi disordini ad Haight Asbury per l’incredibile effetto collaterale della troppa libertà, si celebra il funerale degli hippies. Il movimento, così come era esploso, finisce con strascichi di tristezza. La musica non muore ma quella generazione sarà segnata, tre/quattro anni dopo, dalla scomparsa di quegli artisti che avevano avuto carriere fiammanti: Janis, Jimi, Jim Morrison muoiono tra il 1970 e il 1971, tutti a 27 anni e in modi così stupidi da lasciare in bocca tutto l’amaro del rimpianto.


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Lo Studio 54

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Lo Studio 54, il Piper Disco

Ma Amanda Lear è una femmina o un maschio?

Piotta - Supercafone

Ci sono luoghi che hanno fatto la storia della musica. Che piacciano o meno, si intende: anche chi non ama il punk statunitense dovrebbe sapere quello che è stato il CBGB’s, così come chiunque dovrebbe conoscere le storie racchiuse nel Chelsea Hotel o a Carnaby Street a Londra. È così: certi posti hanno descritto epoche e mode meglio di chiunque altro. Molti sono scomparsi, inghiottiti dal mercato immobiliare, da demolizioni o riqualificazioni che hanno provato a cancellare i fantasmi gloriosi del passato.

Un indirizzo che suonerà familiare a zii e genitori cosmopoliti di molti di noi è il 254 West 54th Street, tra la Eight Avenue e Broadway, a Manhattan. Lì, tra il 1977 e il 1984, si sono consumati i sette anni più effimeri e divertenti della vita notturna newyorkese: era a quell’indirizzo che vedevi scintillare glitter e paillettes, entravi con zeppe esagerate e con microabiti quando non veli su corpi seminudi, o nudità totale), le confusioni sessuali venivano incoraggiate. La selezione all’ingresso era durissima e impossibile, ma era lì che venivano stabilite, in buona sostanza, una gran parte della discografia, le nuove tendenze fashion e soprattutto le notizie sui giornali di gossip del giorno dopo.

Quel posto lì era lo Studio 54.

La sua storia era ben più anziana di molte delle persone che ci passavano dentro: aperto originariamente come teatro nel 1927, nel 1943 divenne lo Studio 52 della CBS per le trasmissioni radiofoniche e la sua placida funzione durò fino al 1976, quando l’emittente traslocò e vendette le mura.

Furono due persone semisconosciute ed ex colleghi di confraternita, l’ex militare e broker Steve Rubell e l’agente immobiliare Ian Schrager che decisero di investire 400mila dollari per risistemare lo spazio e aprire un club dedicato alla musica disco, la vera ventata di novità falsamente effimera degli anni Settanta. Non se ne poteva più dell’impegno, della denuncia e della lotta: le persone si volevano divertire, volevano ballare, volevano sentirsi glamour. La difficile e pericolosa New York aveva bisogno di un posto così: dove tutti gli eccessi fossero possibili, senza giustificazioni o pregiudizi.

Lo Studio 54 fu inaugurato pur senza avere la licenza di vendere alcolici. Piccole magagne burocratiche, scavalcate a destra dalle proposte musicali curate da Billy Amato Smith: nel giro di pochi mesi, con tanti saluti alle autorità newyorkesi, salirono sul palco dello Studio 54 Grace Jones, Donna Summer, Stevie Wonder, James Brown, Gloria Gaynor, Sylvester, Amii Stewart, persino i Village People e Anita Ward. Questo, come cantanti; perché di Vip di ogni tipo era pieno praticamente tutto il circondario. Gli ospiti delle serate erano persone come Mick Jagger,  Bianca Jagger (fu lei che festeggiò il suo compleanno, organizzato dallo stilista Halston, entrando in pista sopra un cavallo bianco), il futuro Presidente degli Stati Uniti Donald Trump con la moglie Ivana, Dolly Parton, Karl Lagerfeld, Elizabeth Taylor e molti altri. C’era talmente tanta gente a fare la fila fuori, e dentro si spendeva e spandeva senza ritegno, che addirittura Steve Rubell scherzò sul fatto che solo la Mafia faceva più soldi di loro.

E infatti lui e Ian furono accusati di evasione fiscale due anni dopo, e processati con tanto di prigione: nascondevano i guadagni di tanto divertimento in buste della spazzatura stipate nel controsoffitto. Rubell e Schrager finirono in prigione e nel dopo trentatré mesi da favola, la fama dello Studio 54 si concluse definitivamente con la vendita del locale. Ma come tutte le cose più belle ed effimere, ha ispirato le generazioni per tutti gli anni a venire.

Piccola incursione: la nostra Alessandra Pucci ti regala una playlist tutta da ballare! La trovi qui.

 Per rivivere quegli anni magici qui un video :)

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MUSIC IS MY RADAR

di Arianna Galati

Scrivo di musica e parlo in radio: due dei lavori più belli del mondo. Collaboro con Onstage, MarieClaire, Nanopress e QNM. Se non sono in giro a caccia di storie, coccolo il gatto o cucino verdure.