Guida al perfetto regalo natalizio

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Sei alla disperata ricerca del regalo natalizio perfetto? No problem, ti aiutiamo noi! Qui per te un elenco di idee per fare felici tutti. Trovi tutto online: addio folla impazzita! Ti basta cliccare sul titolo di ogni capoverso per raggiungere immediatamente il sito che cerchi.

Nella gallery troverai tutte le foto degli oggetti proposti.

Dicci, quanto siamo stati bravi? ;)

1) I voucher di RiccioCapriccio

Partiamo subito tirando l’acqua al nostro mulino: da Riccio trovi tantissime idee regalo per te e per i tuoi cari. I nostri prodotti per capelli sono a marchio Davines: una garanzia! Quest’anno abbiamo pensato anche a dei voucher natalizi, così potrai lasciare a chi lo riceve l’ardua scelta :) Ti basta richiederli in cassa.

2) Waxewul

Si tratta di bellissimi turbanti fatti a mano in tessuto wax, tipico della tradizione africana. Ci sono fantasie strepitose! Sul sito trovi anche pezzi d’abbigliamento e accessori interessanti.

3) La mia casa nel vento

Maria Martino ha creato una linea di profumi botanici, preziosissimi e pieni di poesia. Li trovi in varie versioni: spray, roll on, crema in confezioni adorabili e curatissime.

4) Youth to the people

Per l’amica che adora i prodotti skincare, Youth to the people è il marchio perfetto: mette insieme il potere dei superfoods con la scienza per creare cosmetici efficaci e amici dell’ambiente. (E super instagrammabili!)

5) Melidé

Cinque ragazze e un ragazzo che realizzano t-shirt ricamate a mano, personalizzabili ed ecosostenibili, rigorosamente made in Italy. Un capo basico che si trasforma in un pezzo da collezione.

6) Arianna Svaicari Jewelry

Arianna è un’artigiana che forgia i suoi strepitosi gioielli con grande cura e dedizione usando solo materiali di altissima qualità. I nostri preferiti sono gli anelli floreali.

7) Federico Massimiliano Mozzano

Federico è più di un fotografo: è un artista. Sa come far parlare la luce. Per questo natale ha pensato di dedicarsi ai ritratti di famiglia con lo stile dei pittori fiamminghi: è un regalo super originale da conservare per sempre. Per avere maggiori informazioni basta scrivergli qui.

8) Polly Plume

Scarpe! Potremmo riassumere qui tutto ma si tratta di veri e propri capolavori made in Italy e con un tocco di glitter che non guasta mai. Le loro ballerine sono strepitose.

9) Tiny Miracles

Sono custodie per vasi in stile origami con una storia bellissima: progettati dal designer Pepe Heykoop e realizzati dalle donne della comunità Pardeshi, Tiny Miracles sostiene queste donne e le loro famiglie con l’obiettivo di sviluppare un’attività che permetta alle comunità più povere, sparse in tutto il mondo, di uscire dalla loro condizione di povertà.

10) Alt Means old

Deliziosi piatti in ferro smaltato personalizzati con frasi che ci ricordano l'infanzia: la collezione si chiama infatti “A pranzo dalla nonna”. Ah, che bei ricordi!

11) Le Palle

Le Palle.it è un brand made in Italy che gioca con l’ironia e strappa sempre un sorriso. La scelta è vastissima: palle (che si possono utilizzare come sottobicchieri o decorazioni), tazze, taccuini, tovagliette, grembiuli e via così.

12) Lait Luce

Un nuovo modo di concepire l’illuminazione: lampade fatte a mano, con materiali riciclati che diventano messaggi d’amore. Più info scrivendo a: info@lait.luce

13) Crown & Glory

Divertenti e luccicanti, gli accessori per capelli made in Uk vi conquisteranno: cerchietti, fasce, corone, fascinator che vi renderanno le più sfavillanti delle feste.

14) Coucou Suzette

Spillette, calzini, toppe, gioielli surreali e spassosi, fatti a mano e parigini: tres chic!

15) Libri illustrati

Qui si apre un mondo vastissimo: con un libro illustrato sull’argomento giusto farete breccia nel cuore degli amici più difficili. Ve ne indichiamo quattro che abbiamo trovato molto interessanti.

Herbarium di Caz Hildebrand (botanica)

This is me, full stop di Caz Hildebrand e Philip Cowell (design e punteggiatura)

The Great New York Subway Map di Emiliano Ponzi (viaggi)

100 film di Matt Needle, Chez Gertrude, Francesco Giustozzi, Dieter Braun, Nicolas Barrome Forgues (cinema)

16) Veronica Dearly

Ad un regalo strepitoso bisogna accompagnare il biglietto giusto: l’illustratrice Veronica Dearly è spiritosa e ama i colori pastello. I suoi biglietti vi divertiranno!

Ora andate e comprate e non dimenticate: se l’articolo vi è piaciuto condividetelo con i vostri amici! <3


Orari natalizi di RiccioCapriccio

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Ciao! Sei lì con l'agenda ma non sai in quali giorni saremo aperti per il periodo natalizio

Veniamo subito in tuo soccorso: segna tutto, mi raccomando!

Lunedì 18 dicembre saremo aperti dalle 10.00 alle 19.00

24, 25, 26 dicembre chiusi

Domenica 31 dicembre saremo aperti dalle 9.00 alle 15.00

1 e 2 gennaio e 6 gennaio chiusi

Tranne queste eccezioni rimane tutto come sempre :)

Per prenotare puoi usare:

- il nostro numero telefonico 06 77590845,

- scriverci un messaggio privato sulla pagina fb,

- usare la nostra app,

- scriverci una mail

A presto!

                                                                                                                                                  - 

 

She's gotta have it: anche meno entusiasmo, per favore.

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Prima o poi doveva succedere. Tutto 'sto parlare di donne donne donne uuuh rivoluzione doveva portare da qualche parte. Dovevano fare una serie tv, She's gotta have it, su una donna favolosa, libera, artista, interessante, che si tromba la gente ma non gliene frega poi molto perché ehi, IO SONO INDIPENDENTE. La dovevano fare, se ne sentiva il bisogno. E chi ci ha pensato? Un uomo.

Grazie Spike Lee.

Mentre tutti si stanno sperticando in lodi uhm come dire, troppo entusiaste, ci sono io che non sono riuscita a finire nemmeno il pilot. Per grazia non sono sola, su twitter qualcuno di molto saggio (Irene Graziosi) ha scritto “She’s gotta have it non mi piace, forse devo ridare indietro la vagina” ed io mi sono un po’ commossa perché non avrei saputo dirlo meglio.

Il punto è questo. Creare un personaggio femminile forte non vuol dire raccontare di un uomo e dargli un corpo ed una faccia femminili, dottor Spike Lee. Non funziona così, manco se la serie tv è basata su un tuo film del 1986. Non ce ne frega un cazzo.

Specie perché in tv abbiamo già personaggi di Cristo tipo non so, Ilana ed Abby di Broad City, tanto per dirne una. Buttiamoci in mezzo pure Lena Dunham se proprio vogliamo. Ma ecco, Nola Darling no. Sei una donna di colore bellissima, artista, ti piace scopare in giro, gli uomini ti si accollano come se fossero donne? Tutto molto bello, ma da qui ad elevare queste puntate dal clima e dalla grafica anni ’90 come baluardo del nuovo femminismo, vi prego NO.

Se poi avete voglia di vedervi il pilot, fatelo che poi ne parliamo, sono alla disperata ricerca di qualcun altro che la pensi come me. Grazie.


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

31 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie anche su Io Veramente Guarda.

Il motivo per cui correre

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Sono stata a New York per correre la maratona. Quella per cui tutti ti chiedono, dopo: “ma proprio quella maratona che penso io? quella di 42 chilometri?” Sì, ma la maratona è sempre di 42 chilometri. “Wow, che brava”. Sì, ragazzi, l’avevo già corsa a Roma e dov’era tutto questo entusiasmo? “Eh, ma New York è più grande, è più lunga”. No, sono sempre 42 chilometri (195 metri), ve lo assicuro.

Lunghezza a parte, è vero che quella gara è speciale. Non ci ho creduto finché non l’ho corsa. L’organizzazione è perfetta: gestire più di 50mila runner in una città di 8 milioni di abitanti, a pochi giorni da un attentato terroristico, richiede uno sforzo economico e una competenza incredibili. E i volontari presenti dal porto di Manhattan, dove i runner prendono il traghetto per Staten Island, dove si trova la partenza, fino all’arrivo, e anche oltre, quando ci vestono con il classico caldo poncho blu, alla fine della gara, sono incredibili.

Vi porto con me alla partenza, così potete capire di cosa sto parlando.

Il villaggio degli atleti, a Staten Island, è un immenso parco organizzato per settori: ci sono le zone relax con i cani della pet therapy, un centro per pregare, i banchetti dei “bagel”, quelli del caffè e della cioccolata, delle barrette energetiche. Non mancano i bagni, il reparto medico. Siamo svegli almeno dalle 5 di mattina e prima di correre dobbiamo aspettare ore, ci sono quattro turni che partono dalle 9.20 alle 11.40. Io sono nella terza griglia, quelle delle 10.40.

Mangio un bagel. Faccio la coda per il bagno. Vado a trovare i cagnolini della pet therapy. Faccio di nuovo la coda per il bagno. E poi ci chiamano: “Blu corral, turno delle 10:40, incamminatevi!”. Lungo la linea di partenza, che dovete immaginare lunghissima, divisa in tre parti (blu, verde e viola), ci sono i cassonetti delle organizzazioni non profit che raccolgono i vestiti caldi che ci siamo portati nell’attesa e che abbandoniamo prima di partire.

Ed eccolo, il ponte di Verrazzano davanti ai nostri occhi. Siamo pronti ad attraversare la città nei suoi cinque distretti: la vedremo cambiare chilometro dopo chilometro, anzi miglio dopo miglio, come contano qui, e ci godremo le facce dei newyorkesi venuti a tifare, di ogni colore di ogni età di ogni condizione.

Siamo tantissimi, la marea di gente in cui sono immersa da quando ho preso la metropolitana alle 6 non finisce di stupirmi.

Poi eccolo: boom, il cannone della partenza! Siamo noi, andiamo.

Non riesco a smettere di sorridere, sto correndo, la maratona, a New York!

Nemmeno 500 metri ed ecco che rischio di piangere subito: mi supera una ragazza, sulla maglietta ha scritto dietro “la persona che ti sta davanti sta combattendo un cancro”.

Brividi. Mi guardo attorno, quasi ogni runner ha scritto qualcosa sulla propria divisa: “corro per....” mia figlia, mio marito, i bambini ammalati di tumore, per un’organizzazione che lotta contro la povertà.

Il motivo per cui correre cucito addosso.

La ragazza che mi ha superato all’inizio non la trovo più. E intanto siamo entrati in Brooklyn, dove centinaia di migliaia di persone ci accolgono gridando i nostri nomi, allungando la mano per il cinque, offrendoci cibo, caramelle, fazzoletti. La città è lì per noi.

Continuo a leggere le magliette. Mi chiedo se io ce l’ho un motivo così forte che mi spinge a correre per quarantadue chilometri. Perché sono lì? Perché sono viva, mi dico. Perché è un bel modo per far sentire al tuo corpo che sei viva.

E poi ne trovo un altro di motivo per andare a prendermi la medaglia, senza fermarmi nemmeno sui ponti più duri, come il Queensboro Bridge, che ci porta dal Queens a Manhattan.

Sento il tifo delle persone che sono lì, per le strade di New York, di Marianna e Bianca, che hanno viaggiato con me e salgono e scendono dalle metropolitane per sbucare agli appuntamenti che ci siamo date lungo il percorso. Quando le vedo si accelerano i battiti e anche il ritmo di corsa.

Sento anche il tifo a casa, di tutti quelli che mi hanno scritto messaggi, che mi stanno seguendo sulla app della gara, li vedo, quasi, ai bordi della strada. Sono le allucinazioni della fatica, ma non importa, perché è bello così.


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SHOOT THE RUNNER

di Donata Columbro

Giornalista e consulente digitale con una missione: aiutare le storie a incontrare i lettori. Scrive di Africa e attivismo digitale su  InternazionaleWired ItaliaVita.it. Corre per godersi Roma quando non c'è nessuno per strada e lo racconta spesso su Snapchat (@dontyna).

 

Dynasty: di nuovo trash dopo 40 anni

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Negli anni 80 due erano i capisaldi della TV di Silvietto: Dynasty e Dallas. 

Entrambi hanno fatto la storia delle soap ed entrambe sono state riportate in vita in questi ultimi anni ehi, perché gettare alle ortiche tutto quel materiale sobrissimo? Perché non fare un elegante reboot?

Se Dallas io l'avevo abbandonato perché era uno sticazzi continuo, devo ammettere che Dynasty mi sta regalando delle soddisfazioni. Specie perché Netflix ha deciso di tornare al modo originale di fruizione delle serie TV ed ha scelto di centellinare gli episodi, uno a settimana. E allora niente maratona ma un discreto hype tra magnati del petrolio (sì, come in Dallas), figlie che vogliono diventare capi del mondo just like il padre, segretarie bonissime che si bombano il capo ma hanno un passato torbido, e tanto, tantissimo potere. 

La figlia vogliosa di potere mega cattiva tra l'altro si chiama FALLON, ha dei vestiti INCREDIBILI, si limona tutti quelli che le capitano sottomano e sarebbe disposta a gettare sotto una metro il fratello per avere ciò che vuole. Un esempio per tutti insomma.

Quasi quanto la segretaria/moglie del capo del mondo, con un armadio pieno di maglioni e cappotti e borse e cappelli e sciarpe in tutte le sfumature di cammello/beige/panna.

Tu. Tu andrai lontano ragazza mia. 


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

29 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie anche su Io Veramente Guarda.

#Sal8: Hair! La gioia del capello, la croce del pelo

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Venerdì 17 alle 19.30 da RiccioCapriccio è cominciata la nuova stagione di #Sal8: uno spazio libero e femminista che accoglie tutte le donne interessate a confrontarsi su temi che riguardano la vita di tutte noi.

Abbiamo voluto aprire con la questione peli: così come i nostri capelli sono un vanto, meno lo sono i peli che cerchiamo disperatamente di eliminare.

Durante la discussione, alla quale hanno partecipato Paola Tavella, Barbara Leda Kenny, Alessandra Di Pietro e Igiaba Scego, ci siamo soffermate soprattutto su un punto: eliminiamo i peli per nostro desiderio o perché ci sentiamo costrette dalla cultura in cui viviamo?

Per molte la questione è puramente estetica e legata al proprio modo di intendere la femminilità: ci piace l’idea che le nostre gambe siano morbide e lisce. Per altre non depilarsi è pura libertà nonché un modo per evitare fastidiose follicoliti e lunghissime sedute dall’estetista.

Igiaba ci ha poi raccontato che le donne somale sono quasi totalmente prive di peluria: fra le partecipanti si è alzato un sospiro! :D La nostra Francesca, di cui potete leggere le esilaranti recensioni di serie tv sul nostro sito, ha realizzato un video con una serie di esempi riguardo la depilazione, tratti tutti da sit come famose.

Ognuna di noi ha espresso la sua opinione, senza costrizioni e senza giudizi e l’atmosfera è stata piacevolissima: una riunione fra amiche che si sentono libere di dare la propria opinione.

Siamo felicissimi di aver organizzato un evento così: tenete d’occhio la nostra pagina e iscrivetevi alla nostra newsletter per non perdere i prossimi!

Grazie sempre per la vostra partecipazione attenta e solidale.

Pelo e contropelo

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La prima volta che mi sono depilata le gambe avevo 14 anni.

Fu una specie di rituale di passaggio. Entrai con un timido sorriso in un luogo sconosciuto al quarto piano senza ascensore di un palazzo della Magliana: all'epoca non c'erano tanti centri estetici come ora e comunque erano troppo cari - molte estetiste lavoravano in una stanza della loro casa e per un assurdo contrappasso poteva succederti che mentre eri lì mezza nuda e a gambe aperte sul lettino ti osservasse beffarda una fila ordinata di peluche dalla mensola.

Provai un dolore tutto nuovo (ceretta a caldo, solo chi l'ha provata sa di cosa parlo) e ne uscii con le gambe lisce e doloranti, passaporto di una nuova identità.

Con quel gesto mia madre mi aveva fatto entrare nell'età matura: più che il menarca fu la depilazione a segnare il mio ingresso nel mondo delle donne, nel quale i peli non erano ammessi.

Se penso agli universi di significato relazionati a questo dettaglio anatomico così apparentemente insignificante un po' mi impressiono e un po' mi viene da ridere (un pelo è un pelo è un pelo è un pelo). Ricordo di aver fatto l'amore con il ragazzo più bello del mondo tenendo su per tutto il tempo degli orrendi calzini scozzesi che mi arrivavano al ginocchio, pur di non mostrargli i miei polpacci pelosi. Ricordo il senso di liberazione della prima volta in cui (era passato un decennio buono dalla debacle del calzino scozzese) me ne andai in giro con la gonna corta, le gambe nude fieramente irsute e l'orgoglio di chi sa che sta rompendo una stupida norma sociale.

Il pelo da estirpare “non tanto per una questione estetica ma perché è anti-igienico” (vi giuro che l'ho sentita) e all'estremo opposto il pelo che può diventare – in un'ansia normativa al contrario – un marcatore necessario di liberazione femminista, con la conseguenza di farti sentire a disagio se arrivi all'assemblea con lo stinco splendente.

E vogliamo mica parlare del pelo incarnito, punizione divina dalla quale non ti salva nessuno scrub. E ancora: conoscere una che ti piace e alla vista della caviglia lanosa cantare troppo presto vittoria (ho conosciuto lesbiche che si depilavano anche le braccia mentre posso dire che l'esuberanza pilifera è ormai appannaggio anche delle etero piú irremovibili).

La prima volta che mi sono depilata la fica di anni ne avevo 24 e anche quello fu uno strano rituale. Volevo vedere bene com'era. Volevo sentirla liscia sotto le mie mani e volevo che fosse più invitante per la bocca del tipo che amavo (che si lamentava troppo spesso dell'effetto pelo interdentale).

Il risultato fu fallimentare: per un giorno liscia, per due settimane un prurito tremendo dovuto alla ricrescita, che mi faceva scappare in bagno per grattarmi i primi tempi e poi direttamente ficcare le mani nelle mutande anche in situazioni in cui non era consigliabile, con la disperazione di chi non può resistere. Il tipo che amavo lo prese come uno strambo omaggio che lusingò il suo Ego - ma continuò comunque a leccarmi troppo poco. Una sconfitta su tutta la linea.

Nel porno di oggi il pelo ha diritto di cittadinanza solo come perversione nella specifica categoria hairy: il pelo è vintage (una vulva pelosa fa subito Anni di piombo) oppure simpaticamente freak.

Questa regola non scritta non risparmia nemmeno i performer di sesso maschile, ai quali viene raccomandato di depilarsi perché in questo modo... il pene sembra piú grosso.

In un dibattito pubblico in cui noi Ragazze del Porno ci confrontavamo con Valentina Nappi, per rompere il ghiaccio cominciammo proprio parlando di peli. Io rivelai che per essere “più mainstream” in Insight mi ero sottoposta a una brasiliana impietosa (nel senso di depilazione), Valentina ribattè che questa dei peli era una fissa femminista e che lei in alcuni set era andata addirittura senza depilarsi l'ano. Addirittura.

Qualunque sia il vostro posizionamento sul tema - pelo sì, pelo no, pelo solo d'inverno perché fa freddo, depilazione al laser, lametta, col miele, treccine o permanente - sentitevi libere di fare del vostro corpo quello che volete, con la sola attenzione a non farvi del male. Non lasciate che nessuna ideologia o moda vi dica come dovete essere per piacervi e per piacere ma trattate il vostro corpo con il rispetto che merita il piú prezioso degli alleati. Che tu sia pornostar, fidanzata scocciata o orsa polare il tuo corpo racconta la tua storia: è uno spazio di libertá di cui aver cura e da conservare.

Con tutto l'amore possibile.


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FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

Correre al buio, da sola

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Ma non hai paura a correre al buio, di mattina presto?

Me lo chiedono diverse persone su Instagram, dopo aver visto un video in cui parto da casa un po’ prima delle 7 per andare ad allenarmi in strada, prima della giornata lavorativa. È vero: non era ancora cambiata l’ora e per uscire prima dell’alba non c’era nemmeno bisogno di puntare la sveglia troppo presto. Il problema è che dalle 6.30 alle 7.30 le luci artificiali si spengono e c’è sempre un momento in cui sulla città regna il buio assoluto. 

E cosa fai, te lo perdi? È il primo pensiero che mi viene in mente. Prima di avere paura dello sconosciuto che cammina nel mio stesso vicolo deserto, senza traffico. Prima di pensare che se si ferma una macchina di malintenzionati e mi carica, non faccio nemmeno ad invertire e accelerare il passo. Sì, invertire, perché sono femmina e una delle prime istruzioni che ho mandato a memoria per la mia sicurezza è che “se si affianca un macchina tu vai nella direzione contraria, fare inversione o andare in retromarcia la rallenterà”. Ci penso ogni volta che ne incontro una correndo in un luogo poco frequentato.

A volte ho corso in un parco deserto e ho tenuto in mano una pietra per tutto il tempo. Ho corso più lentamente di quanto avrei dovuto, per tenermi un po’ di fiato in caso pericolo.

Se sei un uomo penserai che sia paranoia. Se sei donna, ti riconoscerai in questo modus operandi del nostro cervello, un motore automatico che parte per salvarci la vita quando non ci sentiamo sicure. Un modo di ragionare che è al tempo stesso fondamentale ma ingiusto: odio avere paura, ho scritto alla mia amica Simona dopo il suo messaggio su Instagram. “Odio sentirmi limitata”, mi ha risposto.

E allora perché ti metti in pericolo? E no, non sono io a mettermi in pericolo. Non cominciare a darmi la colpa. Io vado a correre quando ho tempo. Ma anche quando posso godermi le condizioni che rendono questo sport una medicina per la mente: la presa della città - della più bella del mondo, secondo me - quando anche i turisti dormono e il traffico non mi costringe a fermarmi a ogni incrocio.

Non rinuncio a godermi il paesaggio, però prendo le mie precauzioni.

Al mattino presto o la sera tardi non corro da sola sul lungotevere, vicino al fiume, dove so che difficilmente potrei tirarmi fuori dai guai, se dovessero capitare. Al buio viaggio sempre con una luce frontale: basta davvero poco per farsi notare da auto e motorini. Se so di stare fuori casa per molto tempo (o se so di allontanarmi molto) porto con me il cellulare, anche se adoro sentirmi irraggiungibile quando corro.

E poi credo questo: se siamo in tante, a correre “al buio”, non siamo sole. Non metterti in pericolo, ma non rinunciare alla tua libertà.


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SHOOT THE RUNNER

di Donata Columbro

Giornalista e consulente digitale con una missione: aiutare le storie a incontrare i lettori. Scrive di Africa e attivismo digitale su  InternazionaleWired ItaliaVita.it. Corre per godersi Roma quando non c'è nessuno per strada e lo racconta spesso su Snapchat (@dontyna).

Suburra - Gomorra vorrei ma non posso

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Dopo il film, ad alcuni è parso giusto farci la serie, sempre su Netflix.

Dio grazie, Borghi è sempre presente e sollazza la vista di tutte noi, e questo ci fa molto piacere. Il resto, insomma. La storia è sempre quella, Roma è gestita da gente non particolarmente cortese, i preti vanno a puttane e si fanno botte di bamba, Ostia se la vogliono accaparrare in centosei. Il solito insomma.

Stavolta però c’è un personaggio che spicca fra tutti, in assoluto la più bella, la mia preferita: Livia. La sorella di Aureliano/Borghi che per descriverla userei un sempre attuale: DELICATISSIMA.

I suoi outfit sono vita, i suoi orecchini pure ed è assolutamente perfetta nell’interpretare la nuova CAPA DEL MONDO della parte losca di Ostia. Capelli lunghi con coda di cavallo, accento molto marcato, gonne di dubbio gusto, giubbotti con colli di pelliccia, stivaloni. Già idola delle masse, è il perfetto contraltare della Gerini che qui è proprio una signora coi suoi vestiti eleganti mentre organizza festini con orge e acidi, adorabile.

Se per tutta la serie aleggia un “già visto, già capito, prevedibile pure questa scena, andiamo avanti”, ogni episodio ti fa comunque venir voglia di, appunto, andare avanti, pure per vedere se era vero che avevi già visto e già capito. (Spoiler: Sì, avevi ragione tu. Su tutto.)

Un mio collega a cui voglio molto bene ha dato di tutto ciò la definizione PERFETTA: “Suburra è un po’ Gomorra con la troupe di Don Matteo”.

Vero, verissimo.


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

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Summer of love

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If you’re going to San Francisco

Be sure to wear some flowers in your hair

(Scott McKenzie)

 

 

 

“Assicurati di portare dei fiori nei capelli”: un hairstyling che oggi ci sembra ricco di poesia e delicatezza, ma che nel 1967 aveva sicuramente un altro effetto rispetto alle sposine bucoliche che invadono le bacheche di Pinterest.

Cinquant’anni fa esplodeva ad Haight Asbury, una piccola cittadina vicino San Francisco, la Summer Of Love. Un nome che non poteva che essere simbolico: una lunga estate d’amore declinato in mille sfumature, dal sesso alla musica ai rapporti personali. Fu lo zenit del movimento hippy americano nato sull’onda del pacifismo contro la guerra del Vietnam, se vogliamo semplificare molto un periodo storico ancora troppo vicino per poterlo analizzare con distacco.

La musica si attaccò al seno di questi nuovi rivoluzionari succhiandone l’essenza, ma gli stessi hippies cercavano di mettere in musica i propri ideali d’amore per offrirli nel modo più immediato possibile ai comuni mortali, tanto incuriositi quanto spesso schifati dalle distorsioni mediatiche attorno alla liberalizzazione sessuale. E sempre con i capelli in testa. A giugno, due festival quasi contemporanei sancirono lo stretto legame della musica con la nuova cultura: il Fantasy Fair and Magic Mountain Music Festival e il più noto Monterey Pop Festival, che ancora oggi sembra evocare un periodo fecondo della musica.

L’inno ufficiale della Summer Of Love è “San Francisco (Be Sure To Wear Flowers In Your Hair)”, scritta da John Phillips dei The Mamas & Papas e incisa dalla voce nasale di Scott McKenzie, timido cantautore originario della Florida che forse non si sarebbe aspettato di campare a vita su un brano non suo.

 

All across the nation

Such a strange vibration

People in motion

There's a whole generation

With a new explanation

 

La new generation era soprattutto quella dei musicisti, che iniziavano a modificare i suoni dei loro strumenti e dei loro canti per descrivere realmente quello che sentivano. Addio canzoncine da adolescenti: c’era denuncia, protesta, ma sempre tanto nuovo amore. Musicalmente il 1967 è uno dei momenti più fecondi della storia della musica, in tutto il mondo: a Frisco, anima cultural-sessuale della West Coast post folk, il rock’n’roll reincontra il blues e la psichedelia (dire le droghe sarebbe riduttivo) ed emergono artisti come Janis Joplin, senza ombra di dubbio una delle voci più riconoscibili di sempre. Il suo timbro è il graffio di una tigre abbandonata, rovente come un ferro nella fornace. Ti prende a schiaffi alla prima nota e raggiunge vette che conosce solo lei, ti ci porta e ti abbandona lì incredulo a chiederti cosa diamine tu abbia ascoltato.

A dare manforte alla voce di Janis sono i Grateful Dead, la band più rappresentativa del periodo assieme ai Jefferson Airplane, ai The Doors e ai The Byrds per quanto riguarda i gruppi del Pacifico. Non c’entravano solo le droghe: l’esplorazione di sonorità nuove era una necessità. Anche i cantastorie del folk hanno bisogno di sorreggere i propri testi con la musica adatta e si affidano a produttori che riescono a dar loro modo di farlo. Comincia a farsi notare un giovane musicista che sembra fare l’amore con la sua chitarra, Jimi Hendrix, che pubblica ben due dischi in quest’annata felice.

Una lista esaustiva di dischi che compiono 50 anni nel 2017? Espandiamo gli occhi sul mappamondo e teniamoci forte: in Inghilterra ci sono i Beatles (Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e Magical Mystery Tour), i Rolling Stones (Between the Buttons e Their Satanic Majesties Request), gli Who (The Who Sell Out) i Pink Floyd (The Piper at the Gates of Dawn) e gli ultimi sussulti dei Cream (Disraeli Gears). Dalle sponde americane arrivano Big Brother and The Holding Company con l’omonimo album (Janis Joplin e la sua band), i Doors (ben due dischi, The Doors e Strange Days), i Jefferson Airplane (bis anche per loro con Surrealistic Pillow e After Bathing at Baxter’s), The Byrds (Younger Than Yesterday) e The Jimi Hendrix Experience (doppietta con Are You Experienced? e Axis: Bold As Love). A New York spopolano le atmosfere dei Velvet Underground (The Velvet Underground & Nico), lontani chilometri ma fondamentali come pochi. Poi i Procol Harum, i Monkees, i Love. Diciamo che vi bastano per accompagnare un inverno intero a cercare di scoprirli.

La fine della Summer Of Love non è solo simbolica, ma reale. Brucia, come un Burning Man nel deserto. Nell’ottobre 1967, dopo diversi disordini ad Haight Asbury per l’incredibile effetto collaterale della troppa libertà, si celebra il funerale degli hippies. Il movimento, così come era esploso, finisce con strascichi di tristezza. La musica non muore ma quella generazione sarà segnata, tre/quattro anni dopo, dalla scomparsa di quegli artisti che avevano avuto carriere fiammanti: Janis, Jimi, Jim Morrison muoiono tra il 1970 e il 1971, tutti a 27 anni e in modi così stupidi da lasciare in bocca tutto l’amaro del rimpianto.


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MUSIC IS MY RADAR

di Arianna Galati

Scrivo di musica e parlo in radio: due dei lavori più belli del mondo. Collaboro con OnstageMarieClaireNanopress e QNM. Se non sono in giro a caccia di storie, coccolo il gatto o cucino verdure.

Fenty Beauty di Rihanna: make up per tutti

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Se pensavate di cominciare con un make up detox questo autunno, fermatevi: c’è una nuova regina in città! Si tratta della Fenty Beauty, la nuova linea trucco ideata da Rihanna.

Inaugurata l’8 settembre nel mega store Sephora di Manhattan, ha tutte le carte in regola per mandarci su di giri e renderci, come sempre, più povere di prima.

Lo scopo che Rihanna si propone è quello di rendere il trucco a disposizione di tutti: 40 colorazioni differenti di fondotinta per coprire interamente il range delle carnagioni, da quelle albine a quelle più scure.

“Fenty Beauty was created for everyone: for women of all shades, personalities, attitudes, cultures and races. I wanted everyone to feel included. That’s the real reason I made this line” e finalmente direi. Per anni ho cercato fondi che fossero chiari abbastanza per la mia pelle: puntualmente mi ritrovavo a reinterpretare la parte di un Umpa Lumpa.

La linea al momento è dedicata tutta alla base:

- fondotinta  Pro Filt’r soft matt longwear, oil free, a lunga tenuta, ideale per sopportare afa e umidità,

- primer Pro Filt’r Instant Retouch, opacizzante e levigante,

- correttori e creme da contouring Conceal+Contour, con finitura opaca e leggerissimi,

- illuminanti Killawatt e stick Match Stix correttivi anche in variante shimmer, che restano comunque luminosi e discreti,

- cipria matt Invisimatte Blotting Powder, invisibile, che minimizza i pori,

- pennelli viso.

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Il packaging è minimal e molto elegante: il colore è cipriato e olografico, un classicone che guardi per ore ipnotizzata. Gli stick e le creme correttive hanno una parte magnetica e una copertura di forma esagonale, insomma, un livello altissimo di instagrammabilità.

Il prodotto di punta, nonché il preferito di Rihanna, è l’illuminante in polvere pressata Trophy Wife: giallo oro, con una punta di verde. Una sola passata basta per rendersi visibili in tutto il quartiere.

I costi? Si passa dai 34$ del fondotinta ai 25$ degli stick viso, tutto sommato non troppo esosi.

Al momento la linea non è ancora disponibile in Italia ma potete comunque spendere i vostri danari online.

Consentitemi una nota professionale: trovo che il sito sia davvero costruito bene. In particolare è utilissimo lo Shade Finder che aiuta concretamente a scegliere la tonalità giusta per il proprio viso.

Se la voglio? Nì. Nonostante apprezzi moltissimo l’intento e il messaggio di Rihanna non sono tentata al punto tale da comprarli a scatola chiusa, perciò attendo di pucciare i miei ditini negli stand di Sephora Italia.

Un bravò! a Rihanna per l’impegno!


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SHUT UP AND TAKE MY MAKE UP! COME ESSERE SE STESSE MA MEGLIO

di Tamara Viola

Una donna dalla chioma sobria. Socializza molto, online e offline. Puoi leggere i suoi deliri su Citazionisti Avanguardisti. Nel tempo libero si imbelletta, legge e fa parlare i biscotti.

 

 

Hair on Stage 2017 Davines: Riccio c'era!

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Lo scorso weekend a Bologna si è tenuto l'Hair On Stage di Davines Italia, una manifestazione che prevede la presenza di hairstylist internazionali, formazione, sostenibilità, interventi di ospiti d'eccellenza come spunto per il miglioramento personale e professionale. Noi di Riccio eravamo presenti: vi raccontiamo com'è andata.

"Partecipare a questi eventi per noi è sempre motivo di arricchimento. Sapere che io e il mio staff possiamo incontrare maestri del calibro di Angelo Seminara, professionisti come Jesus Oliver e gruppi fantastici come Allilon e Taylor Taylor London è stimolante e assieme un grande onore." dice Alessandra Pucci, già vincitrice del contest 2016, quest'anno conquistato dalla bravissima Alessandra Albanese.

Le nostre Laura e Barbara hanno avuto l'occasione di fare da assistenti nel backstage della sfilata celebrativa lavorando con Allilon e Jesus Oliver e arricchendo al massimo il loro bagaglio professionale.

Davines rimane un'azienda che riesce a far gravitare attorno a sé una galassia di persone piene di idee e progetti, sempre disposte a lavorare per il proprio e per l'altrui benessere; persone che fanno di questo lavoro motivo di ispirazione e di miglioramento dell'ambiente. Sembra una goccia in mezzo all'oceano ma ogni piccolo gesto contribuisce a rendere sostenibile e più vivibile il nostro pianeta. Questo si propongono i progetti di I Sustain Beauty, tutti diversi e tutti realizzati con uno spirito di amore e attenzione verso gli altri.

Infine, c'è stata la premiazione del progetto Ricerca il futuro, ideato da Alessandra Pucci, Alessandra Di Pietro e Federico Massimiliano Mozzano e sostenuto e realizzato da Davines.

Le tre vincitrici, Monia Procesi, Grazia Marina Quero e Francesca Russo, si sono aggiudicate tre borse di studio del valore di 10.000€ utili a proseguire i loro studi.

Siamo fierissimi di questo risultato: Monia è anche una delle nostre clienti storiche e appoggiamo il suo lavoro, come quello di tutte le ricercatrici che si sono prestate, con grande entusiasmo. La ricerca è il nostro futuro e tutti insieme dovremmo fare il possibile per sostenerla.

Il progetto si è trasformato anche in una mostra fotografica "Ricerca il futuro" che Davines ha finanziato e che sarà itinerante. Sono presenti i volti di tutte queste donne speciali, realizzati con grande maestria da Federico Massimiliano Mozzano, fotografo eccezionale e grande artista.

Ora chiediamo l'aiuto di tutti i parrucchieri: vorremmo portare questa mostra in tutte le città italiane e invitarli a diffondere la raccolta fondi che si svolgerà dal 7 all’11 novembre.

Come concludere? Siamo felici, felicissimi! E vi ringraziamo per il vostro appoggio, per la vostra partecipazione, per il sostegno.

Un grazie speciale a Davines Italia, un'azienda con una visione illuminata e predisposta verso un futuro migliore.

A scuola di sesso

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“Che succede nei tuoi laboratori? Ma bisogna spogliarsi per forza? Io vorrei tanto farne uno, ma se poi mi vergogno? E guarda, se proprio vuoi la verità a me piace la posizione del missionario, in realtà sono già soddisfatta così”.

Come raccontavo in un altro post, da qualche anno ho scelto di dedicare i miei studi e la mia ricerca artistica al benessere sessuale e alle sue implicazioni politiche. Ho affrontato diverse questioni e sperimentato diverse forme di approccio e quella che preferisco, per una serie di ragioni etiche e pratiche, è il laboratorio.

Che cosa si intende per laboratorio? In generale l'espressione (spesso tradotta con il termine inglese workshop) si riferisce a un'esperienza di apprendimento che prevede una partecipazione attiva. A differenza dell'approccio didattico tradizionale, che è frontale e prevede un rapporto di subordinazione tra chi insegna e chi impara, nel laboratorio la relazione è (o dovrebbe essere) circolare. È come se la persona che conduce il laboratorio mettesse sul tavolo una serie di strumenti e aiutasse chi partecipa ad imparare ad usarli – così allo stesso tempo anche chi insegna impara.

Altra caratteristica del laboratorio è la durata limitata nel tempo – qualche ora, una giornata intera, al massimo un finesettimana. Probabilmente è grazie a quest'ultima caratteristica che i workshop ultimamente vanno molto di moda.

Viviamo con l'ossessione della formazione permanente ma fatichiamo a trovare il tempo e la concentrazione per studiare: per questa ragione hanno successo questi momenti di immersione totale. Però in realtà la loro finalità è quella di trasmetterci la voglia di continuare, andare avanti, approfondire; non a caso ho parlato di esperienze di apprendimento perché nel laboratorio ad essere protagonista è piú chi impara che chi insegna. O almeno cosí dovrebbe essere.

E i workshop sul sesso? A cosa servono, perché si fanno, cosa si può imparare?

Ce ne sono di molto tecnici (per esempio quelli su argomenti concreti e circoscritti, come lo squirting o il bondage), altri che affrontano tematiche a più ampio raggio (come il bdsm o il sesso tantrico); alcuni sono dedicati esclusivamente a un pubblico femminile, altri sono misti, altri si frequentano in coppia. A seconda dell'esperienza che si sceglie di fare si imparano cose diverse e anche il livello di implicazione fisica è sempre diverso: dovrebbe essere comunque sempre garantita ed esplicitata (da parte di chi conduce) la possibilità di potersi sottrarre o di non fare qualcosa che ci mette a disagio. Nei miei laboratori lo è: non mi stanco mai di specificarlo a parole e di chiedere feedback per capire se le persone stanno vivendo bene l'esperienza. Cerco di lavorare sulla consapevolezza: accompagno ma faccio in modo che le persone siano coscienti di quello che fanno in ogni momento. Ho notato che c'è una strana ambivalenza nell'approccio a queste esperienze: molte persone hanno paura di essere spinte a far cose che in realtà non sarebbero pronte a fare e in questa paura c'è in realtà il desiderio di avvicinarsi al “proibito” non assumendosi la propria parte di responsabilità. La lezione l'ho imparata da una grande maestra, Annie Sprinkle (artista statunitense che possiamo considerare la prima attivista postporno), che all'inizio di un laboratorio dull'ecosessualità ci fece promettere solennemente che avremmo fatto solo quello che volevamo realmente fare noi, non quello che diceva Annie Sprinkle.

Un tratto che unisce queste proposte che possono essere molto differenti tra loro è la ricerca di stimoli, sollecitazioni, aperture verso qualcosa di nuovo che pensiamo potrà piacerci o potrà arricchirci interiormente o semplicemente potrà farci divertire.

A meno che non sia esplicitato un intento terapeutico, se facciamo un laboratorio sul sesso è perché abbiamo voglia di sperimentare – e sarebbe meglio farlo quando ancora ci piace “la posizione del missionario”, non quando abbiamo disperatamente bisogno di qualcosa di diverso perché ci manca l'aria. In ogni caso, anche a partire dallo smarrimento e dalla disperazione, un laboratorio sul sesso può farci del bene.

“Ok, ma non l'hai detto cosa succede nei tuoi laboratori”

Certo che no. Se volete davvero saperlo, troverete il coraggio di provare.


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FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

Atypical: essere speciali davvero

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Io davvero non so quante altre serie Netflix ha intenzione di produrre, pare non si dia pace.

Stavolta è il turno di Atypical, una serie tenerella su Sam, un ragazzino speciale nello spettro dell’autismo che decide di trovarsi una fidanzata.

La delicatezza con cui TUTTO viene affrontato è davvero ammirevole.

Si sorride senza sentirsi dei mostri che ridono di uno coi probblemi e ci si commuove perché NO VABBE’ LA TENEREZZA. Tra l’altro Keir Gilchrist (!) è di una bravura rara nell’interpretare il protagonista e non si può che volergli bene. Certo, se ti vedi cinque puntate di fila come ho fatto io c’è il rischio che ti prenda un po’ a male. Perché bella la tenerezza, bello tutto ma insomma sempre di un ragazzo autistico che cerca l’anima gemella stiamo parlando e insomma tutte 'ste matte risate non te le fai.

Le puntate comunque sono brevi, un sacco intense e poche. Otto episodi per una serie adorabile e da prendere a piccole dosi se siete sensibilissimi tipo me che è tutto un piangere per qualsiasi cosa.

W Netflix, w gli argomenti difficili trattati coi guanti bianchi.


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

29 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie anche su Io Veramente Guarda.

Festival Inquiete: una festa mobile al Pigneto

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E’ stato un successo strepitoso la prima edizione di Inquiete, il festival di scrittrici che si è tenuto a Roma, nei luoghi del Pigneto, dal 22 al 24 settembre.

Nato dall'idea di Barbara Leda Kenny, Viola Lo Moro, Francesca Mancini, Barbara Piccolo e Maddalena Vianello realizzato attraverso l’Associazione MIA. si è proposto di essere uno spazio per ridisegnare il ruolo delle donne nella letteratura.

Quando ci siamo imbattuti nel video di presentazione per la raccolta fondi a sostegno di questa iniziativa, abbiamo subito voluto farne parte, proponendoci come sponsor.

Per tre giorni l’isola pedonale del Pigneto, la biblioteca Goffredo Mameli, la libreria Tuba Bazar, il ristorante Infernotto e lo spazio culturale Fivizzano27 si sono trasformati in una festa mobile: centinaia di persone di tutte le età si sono incontrate, hanno partecipato attivamente agli eventi, hanno letto e comprato libri, chiacchierato, bevuto, mangiato, giocato, insieme.

Sono state straordinarie le ragazze di Inquiete, le ragazze di Tuba Bazar, che hanno delineato una scaletta di eventi al ritmo giusto, che sono riuscite a dare spazio a mille argomenti, come l’incontro con Alessandra Di Pietro e Igiaba Scego sugli stereotipi della bellezza con una platea attentissima e curiosa; come i laboratori dedicati ai bambini, gli attacchi poetici, le parole di scrittrici grandissime.

E’ stato bellissimo: non vediamo l’ora di rifarlo!

Ringraziamo le ragazze di Tuba per questa possibilità, Alessandra Di Pietro, giornalista, scrittrice e amica preziosa di Riccio, Igiaba Scego e tutte le persone che hanno partecipato, che hanno appuntato sulla loro giacca la nostra spilletta, che hanno arricchito queste giornate.

Al prossimo anno!

Ph. Maila Iacovelli, Maria Cafagna, Chiara Pasqualini

Disjointed: sono tornate le serie tv che non fanno ridere

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Kathy Bates io davvero non so cosa ti sia passato per la mente quando il tuo agente ti ha passato la sceneggiatura del pilot di questa cosa.

Manco a dire che c’hai bisogno di lavorare perché insomma eri in American Horror Story le tue cose carine le fai. E invece no, sputtaniamoci alla tua età con una sitcom che pare uscita dagli anni BOH con le risate finte (ma non plausibili come quelle di 2 Broke Girls) e su un tema che mi già annoia al sol pensiero.

Kathy, che a regola ha un mutuo decennale a cui non hanno accettato la surroga, è quindi finita ad interpretare la proprietaria di un negozio di marijuana e combatte da un sacco per farla legalizzare insieme a suo figlio (nero). Insieme a loro ci sono i commessi ovviamente strafatti dalla mattina alla sera. Come lei, che però ha una certa e si veste con dei cenci improponibili che non sto neanche a raccontarvi.

La cosa più tragica è che la serie è di Chuck Lorre, quello che qualche anno fa si era inventato quell’adorabile gioiello che era (ora non lo è più, intendiamoci) The Big Bang Theory.

Kathy sei ancora in tempo per fuggire, ho un amico che sta cambiando banca magari te lo presento.


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

29 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie anche su Io Veramente Guarda.

La corsa è una fregatura

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La corsa è una fregatura. Lo penso mentre metto la crema sui lividi che mi sono rimasti sulle gambe dopo i massaggi dell’osteopata. Mentre guardo le ferite della fascia cardio sul torace e sulla schiena per lo sfregamento contro la pelle dopo il lungo da 28 chilometri. Mentre impacchetto di argilla la tibia dolorante prima di andare a dormire.

“Ma come, non sei qui per motivarmi a fare sport?”, potrebbe chiedersi la lettrice in cerca di ispirazione per alzarsi dal divano e fare un po’ di movimento.

È che io e la corsa al momento siamo in una relazione complicata: la passione iniziale si è trasformata in dipendenza, ossessione, poi quasi noia, e infine il senso ritrovato, la motivazione forte della maratona. E ora? Corro da quattro anni e mi sembra che io e lei oggi parliamo un linguaggio diverso. Quando ci frequentiamo litighiamo. Io principalmente tengo il broncio. O comunque scappo quando le cose diventano difficili.

La colpa credo sia sempre sua: la maratona.

Un investimento emotivo prima che fisico. Gli allenamenti lunghi, che ti danno tutto il tempo per pensare e meditare, meditare e pensare: "ma chi me lo ha fatto fare"?

Uscire con il caldo e con il freddo. Anche in vacanza. Anche quando hai dormito poco.

La fisioterapia, che pure costa i suoi soldi.

Il potenziamento, perché gli esercizi - addominali, piegamenti, squat - per mantenere una buona postura non te li toglie nessuno, almeno una volta a settimana.

Quando qualcuno mi scrive per raccontarmi che ha appena cominciato a correre penso "beato lui". Come quando ti fidanzi. Che batticuore a ogni appuntamento!

Io invece mi ritrovo a pensare alle “altre”: la bici, la canoa persino. O, affronto supremo, la camminata veloce!

“E quindi vi lasciate?”

Be’ non sono una che molla alla prima crisi. È che comunque mi tiene legata. Perché la corsa conosce certi lati di me come nessun altro. Me li fa vedere, me li mette davanti a ogni sudato allenamento. Credo sia un modo carino per dirmi che posso essere meglio di così, e mi indica la strada per provarci.

La corsa è una fregatura. Eppure sono ancora qui.


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SHOOT THE RUNNER

di Donata Columbro

Giornalista e consulente digitale con una missione: aiutare le storie a incontrare i lettori. Scrive di Africa e attivismo digitale su  InternazionaleWired ItaliaVita.it. Corre per godersi Roma quando non c'è nessuno per strada e lo racconta spesso su Snapchat (@dontyna).

Lo Studio 54

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Lo Studio 54, il Piper Disco

Ma Amanda Lear è una femmina o un maschio?

Piotta - Supercafone

Ci sono luoghi che hanno fatto la storia della musica. Che piacciano o meno, si intende: anche chi non ama il punk statunitense dovrebbe sapere quello che è stato il CBGB’s, così come chiunque dovrebbe conoscere le storie racchiuse nel Chelsea Hotel o a Carnaby Street a Londra. È così: certi posti hanno descritto epoche e mode meglio di chiunque altro. Molti sono scomparsi, inghiottiti dal mercato immobiliare, da demolizioni o riqualificazioni che hanno provato a cancellare i fantasmi gloriosi del passato.

Un indirizzo che suonerà familiare a zii e genitori cosmopoliti di molti di noi è il 254 West 54th Street, tra la Eight Avenue e Broadway, a Manhattan. Lì, tra il 1977 e il 1984, si sono consumati i sette anni più effimeri e divertenti della vita notturna newyorkese: era a quell’indirizzo che vedevi scintillare glitter e paillettes, entravi con zeppe esagerate e con microabiti quando non veli su corpi seminudi, o nudità totale), le confusioni sessuali venivano incoraggiate. La selezione all’ingresso era durissima e impossibile, ma era lì che venivano stabilite, in buona sostanza, una gran parte della discografia, le nuove tendenze fashion e soprattutto le notizie sui giornali di gossip del giorno dopo.

Quel posto lì era lo Studio 54.

La sua storia era ben più anziana di molte delle persone che ci passavano dentro: aperto originariamente come teatro nel 1927, nel 1943 divenne lo Studio 52 della CBS per le trasmissioni radiofoniche e la sua placida funzione durò fino al 1976, quando l’emittente traslocò e vendette le mura.

Furono due persone semisconosciute ed ex colleghi di confraternita, l’ex militare e broker Steve Rubell e l’agente immobiliare Ian Schrager che decisero di investire 400mila dollari per risistemare lo spazio e aprire un club dedicato alla musica disco, la vera ventata di novità falsamente effimera degli anni Settanta. Non se ne poteva più dell’impegno, della denuncia e della lotta: le persone si volevano divertire, volevano ballare, volevano sentirsi glamour. La difficile e pericolosa New York aveva bisogno di un posto così: dove tutti gli eccessi fossero possibili, senza giustificazioni o pregiudizi.

Lo Studio 54 fu inaugurato pur senza avere la licenza di vendere alcolici. Piccole magagne burocratiche, scavalcate a destra dalle proposte musicali curate da Billy Amato Smith: nel giro di pochi mesi, con tanti saluti alle autorità newyorkesi, salirono sul palco dello Studio 54 Grace Jones, Donna Summer, Stevie Wonder, James Brown, Gloria Gaynor, Sylvester, Amii Stewart, persino i Village People e Anita Ward. Questo, come cantanti; perché di Vip di ogni tipo era pieno praticamente tutto il circondario. Gli ospiti delle serate erano persone come Mick Jagger,  Bianca Jagger (fu lei che festeggiò il suo compleanno, organizzato dallo stilista Halston, entrando in pista sopra un cavallo bianco), il futuro Presidente degli Stati Uniti Donald Trump con la moglie Ivana, Dolly Parton, Karl Lagerfeld, Elizabeth Taylor e molti altri. C’era talmente tanta gente a fare la fila fuori, e dentro si spendeva e spandeva senza ritegno, che addirittura Steve Rubell scherzò sul fatto che solo la Mafia faceva più soldi di loro.

E infatti lui e Ian furono accusati di evasione fiscale due anni dopo, e processati con tanto di prigione: nascondevano i guadagni di tanto divertimento in buste della spazzatura stipate nel controsoffitto. Rubell e Schrager finirono in prigione e nel dopo trentatré mesi da favola, la fama dello Studio 54 si concluse definitivamente con la vendita del locale. Ma come tutte le cose più belle ed effimere, ha ispirato le generazioni per tutti gli anni a venire.

Piccola incursione: la nostra Alessandra Pucci ti regala una playlist tutta da ballare! La trovi qui.

 Per rivivere quegli anni magici qui un video :)

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MUSIC IS MY RADAR

di Arianna Galati

Scrivo di musica e parlo in radio: due dei lavori più belli del mondo. Collaboro con Onstage, MarieClaire, Nanopress e QNM. Se non sono in giro a caccia di storie, coccolo il gatto o cucino verdure.